Entrare nella redazione di Vittorio Feltri significa entrare in un giornalismo che non segue le mode. Fogli annotati a mano, una macchina per scrivere Olivetti sulla scrivania, nessuna estetica digitale da esibire: qui il giornalismo resta un “mestieraccio”, non una performance. Né tantomeno un’esibizione. E la differenza si sente subito.
Feltri non gira intorno alle parole. Le usa. E basta. La conversazione attraversa passato e presente, e quel futuro che fa tanto paura a tutti, toccando i temi caldi del dibattito pubblico: educazione, tecnologia e spettacolarizzazione dell’informazione.
Per lui, la tecnologia non ha cambiato l’essenziale. “Usare il telefonino o la macchina da scrivere è uguale, alla fine è quello che scrivi che conta”. Ciò che resta fondamentale, secondo il direttore, è scrivere bene. Chiaro. Senza enfasi. Senza inutili complicazioni.
Su temi delicati come violenza minorile e social network, Feltri non cerca compromessi. Le responsabilità sono di tutti, e nessuno può tirarsi indietro: famiglie e istituzioni sono chiamate in causa, senza attenuanti. È un approccio che può piacere o meno, ma che rifiuta una cosa su tutte: l’ambiguità.
Poi si sposta sul personale: l’infanzia, il lavoro, la lettura come strumento per capire il mondo. Fino a una sintesi che è quasi un manifesto: “Fare un giornale è come allestire una vetrina”. Scegliere cosa mostrare. Come mostrarlo. E soprattutto cosa lasciare fuori.
Feltri non ha mai inseguito il cambiamento. L’ha filtrato. Prendendone solo ciò che gli poteva essere davvero utile. Uno sguardo netto, essenziale, a tratti tagliente. Quando tutti rincorrono l’apparenza, lui resta fedele alla sostanza. Viene fuori un profilo che racconta curiosità, attenzione ai dettagli e l’ironia sottile di chi ha fatto della scrittura una vera passione.
Elena Di Carolo












