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E’ possibile trasferire le caratteristiche del comportamento umano in un robot, così che il suo comportamento ci porti a dubitare della sua natura meccanica? I ricercatori dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia hanno cercato di rispondere a questa domanda implementando un test di Turing di tipo non verbale tramite un compito di interazione tra persone e robot, nel quale i partecipanti umani e il robot umanoide iCub svolgevano un compito condiviso. I risultati mostrano che alcune caratteristiche specifiche del comportamento umano, in particolare la variabilità dei tempi di risposta, se implementate su un robot umanoide rendono difficile distinguere se stiamo interagendo con un altro essere umano o con una macchina.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Science Robotics”, e rappresenta il primo passo per capire quale tipo di comportamento potrebbero avere i robot in futuro, considerando i vari campi di applicazione possibili, dall’assistenza sanitaria alle linee di produzione manifatturiere.

Il gruppo di ricerca che ha svolto lo studio è coordinato da Agnieszka Wykowska, responsabile del laboratorio “Social Cognition in Human-Robot Interaction” dell’IIT di Genova e titolare di un finanziamento dell’European Research Council per il progetto “InStance”, il quale affronta proprio la questione di come e in quali condizioni le persone trattano i robot come esseri intenzionali.

“Il risultato più entusiasmante del nostro studio è stato dimostrare che il cervello umano è sensibile a comportamenti molto specifci che caratterizzano l’essere umano” – commenta Agnieszka Wykowska. “Nel nostro test di Turing di tipo non verbale, infatti, i partecipanti dovevano giudicare se stavano interagendo con una macchina o con una persona, considerando solo la tempistica della pressione di pulsanti durante un un compito condiviso“.

Il gruppo di ricerca si è concentrato su due caratteristiche fondamentali del comportamento umano identificate in uno studio precedente e usate per creare un profilo medio: il tempo di reazione e la stabilità nel rispondere a stimoli esterni. I ricercatori hanno utilizzato questo profilo per costruire il loro esperimento, nel quale ai partecipanti veniva chiesto di rispondere a stimoli visivi che apparivano su uno schermo. I partecipanti erano divisi in due coppie umano-robot: ciascuna persona giocava con un robot, la cui risposta era controllata dalla persona dell’altra coppia o in modo pre-programmato.

“Nel nostro esperimento, abbiamo pre-programmato il robot modificando leggermente  il profilo delle risposte umane“, spiega Francesca Ciardo, prima autrice dello studio e ricercatrice Marie Sklodowska-Curie nel gruppo di Wykowska a Genova. “In questo modo, le possibili risposte del robot erano di due tipi: da un lato, erano del tutto simili a quelle umane in quanto era controllato a distanza da una persona; dall’altro, mancava di alcune caratteristiche simili a quelle umane perché era pre-programmato“.

I risultati hanno mostrato che quando il robot agiva in modo pre-programmato, le persone non erano in grado di distinguerlo da quando era controllato da un altro essere umano. Ciò suggerisce che il comportamento del robot, per questo specifico compito, ha superato il test di Turing di tipo non verbale.

“I prossimi passi dell’indagine scientifica consisteranno nel progettare un comportamento del robot di maggiore complessità, così da avere a disposizione un’interazione più elaborata con gli esseri umani e vedere quali parametri sono percepiti come simili a quelli umani o come artificiali“, conclude Wykowska.

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