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Presentata l’anteprima digitale del “Rapporto Coop 2019-Consumi e stili di vita degli italiani di oggi” redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop con la collaborazione scientifica di Nomisma, il supporto di analisi di Nielsen e i contributi originali di Demos, Gfk, Gs1-Osservatorio Immagino, Iplc Italia, Iri Informatio Resources, Mediobanca Ufficio Studi, Npd, Pwc, Tetra Pak Italia.
Disoccupazione e situazione economica, immigrazione e, con minore afflato eppur presente, ambiente. Sono le priorità deicittadini italiani rispetto agli altri popoli europei, a volte affini in altri casi diversi, mantenendo comunque un nostro non invidiabile primato. Siamo infatti ancora il popolo più pessimista d’Europa anche per quanto riguarda i nostri figli e il meno ottimista sul futuro dell’Ue anche se ciò non si traduce in una idea di fuga. Una spirale emotivamente negativa che non abbandona il nostro Paese, certo motivata da fattori concreti e indiscutibili. La prima metà del 2019 mostra ancora chiari i segni della stagnazione economica e se la recentissima nascita di un nuovo Governo dopo una improvvisa crisi politica di metà agosto cambia repentinamente lo scenario, la variazione attesa del Pil a fine anno anche nella sua versione più ottimistica si attesta appena sopra lo 0, anche se potrebbe fare meglio già il prossimo anno allungandosi verso il 2020. D’altronde i fattori di incertezza legati alle guerre commerciali in atto, al fenomeno deglobalization e a una politica monetaria che sembra aver esaurito le frecce al suo arco sono ulteriori minacce all’orizzonte che non possono non colpire l’Europa ma anche e soprattutto il nostro Paese. Siamo infatti l’unico tra i grandi a non essere ancora riuscito a far risalire il reddito pro capite ai livelli pre crisi: un gap di ben 9 punti percentuali ancora nel primo trimestre 2019, mentre la media europea è sopra di oltre 3 punti. E non è un caso se già nel 2018 dopo 5 anni di aumenti seppur moderati si è assistito a un dietrofront della spesa mediadelle famiglie che segna sì un +0,3% a valori correnti, ma tenendo conto della dinamica inflazionistica in termini reali la contrazione è pari al -0,9% con ampi divari territoriali. Si arresta la spesa anche nell’alimentare dopo 3 anni positivi e si ferma quasia 5 punti percentuali sotto i livelli pre-crisi. Peraltro, la dinamica dei prezzi alimentari sia lo scorso anno che nei primi sette mesi del 2019 resta perfettamente allineata all’inflazione generale e guardando al medio periodo i prezzi alimentari italiani sono cresciuti meno della media europea. Prudenti e guardinghi, gli italiani non solo indirizzano le loro principali voci di spesa a beni di prima necessità e servizi, ma hanno allentato gli investimenti finanziari privilegiando i depositi bancari e alimentando le loro riserve di liquidità. C’è più denaro circolante rispetto al periodo pre-crisi e continua a aumentare il tasso di risparmio delle famiglie; era il 7,8% nel 2017, l’8,1% nel 2018 e già 8,4% nel primo trimestre 2019. Sul fronte del lavoro poi se è vero che le previsioni sull’occupazione continuano a essere seppur minimamente positive sta di fatto che oggi è la qualità del lavoro a generare più frustrazioni. Lavoriamo quantitativamente come negli altri Paesi mediterranei e dell’Est europeo ma sensibilmente di più del Nord Europa, guadagniamo però decisamente meno di tutti e deteniamo il primato negativo di produttività del lavoro. Il lavoro “povero” porta con sé insoddisfazione in più direzioni; da un lato il 66% dei part time aspirano al tempo pieno dall’altro il 32% a fronte di una media europea del 20% non ritiene di aver raggiunto un equilibrio fra tempo di vita e tempo di lavoro. E infatti il 50% vorrebbe un lavoro più flessibile e in grado di conciliarsi maggiormente con la vita personale.
Frustrati dal lavoro e dalle difficoltà economiche, ma condizionati anche da una agenda mediatica tutta indirizzata ai fatti di cronaca gli italiani si sentono insicuri e desiderosi di nuove rassicurazioni. Anche se i reati sono in calo e comunque ampiamente inferiori alla media europea solo il 19% è pienamente convinto di vivere in un posto sicuro, E da questa inquietudine derivano comportamenti conseguenti: in 18 anni sono cresciuti di oltre il 20% i sistemi di allarme installati nelle abitazioni, nel 2018 sono +50% su Google le ricerche da parte degli italiani di “armi per difesa personale”, mentre le licenze per porto d’armi sono cresciute nello stesso arco di tempo di un +13,8%. Soffia su questo fuoco la manifesta incapacità di gestire il fenomeno immigrazione e l’integrazione completamente mancata nel nostro Paese. Anche qui la percezione soverchia la realtà; gli immigrati stabili sono oggi 5 milioni e rappresentano l’8,5% della popolazione, circa 1 straniero ogni 11 italiani, ma la percezione della loro presenza è pari a 3 volte il dato reale. E non solo: stando all’indice Nim che registra i sentimenti nazionalistici, anti-immigrati e anti-minoranze religiose surclassiamo tutti gli altri popoli europei avvicinandoci in questo ai popoli del patto di Visegrad. D’altra parte, invece, il saldo naturale del Paese è in profondo rosso ed è destinata ad esplodere la demografia dell’Africa. Nei prossimi 30 anni la popolazione di questo continente crescerà di 3 miliardi di persone. Malgrado queste difficoltà però 1 italiano su 2 se interrogato non esita ad autocollocarsi nel ceto medio, anche se poi paradossalmente è questo un ceto medio in cui più della metà lamenta difficoltà a arrivare a fine mese, il 25% è più infelice dei suoi pari grado europei ed è poco convinto di poter migliorare la propria vita se non facendo leva su fattori indipendenti dalla propria volontà come nascere in una famiglia benestante, avere buone conoscenze acquisite o addirittura affidandosi alla fortuna. Voglia di rifugiarsi in una nuova “medietà”, in un alone di normalità e questo rinnovato spirito di appartenenza spiega alcuni, sempre più diffusi, comportamenti d’acquisto. La classe media, che rappresenta la metà della popolazione italiana, è la stessa che vuole comprare casa ma a prezzi più bassi, sceglie l’utilitaria come auto di famiglia, fa del vintage la moda del momento, decreta il successo del discount, si ingegna per trovare online modi per risparmiare sulle vacanze o sulla pizza con gli amici. Ai margini di questo esercizio di resistenza sociale della classe media italiana, emergono anche nuovi soggetti sociali. E’ il caso dei perennials e della generazione Greta. I primi sono i nuovi italiani “senza età” che superati i 40 anni non si rassegnano al passare del tempo e si reinventano ogni giorno nel corpo e nello spirito sono caratterizzatida un’attitudine mentale aperta, di indole curiosa, in buona condizione fisica; il 44% di loro è ottimista, nei loro comportamenti sono persino più green dei millenials. La Generazione Greta sono invece quei giovani più consapevoli dei rischi climatici e votati alla salvaguardia dell’ambiente, impegnati anche in politica e nella difesa dei diritti e comunque sensibili e consapevoli delle difficoltà del mercato del lavoro ma non rassegnati.
Tre gradi più alti di temperatura portano con sèuna perdita di 23 punti percentuali del Pil pro capite, una marcata concentrazione di ricchezza a favore di alcuni Paesi a scapito di altri con tutte le conseguenze che ne conseguono. Si stimano in 143 milioni solo i profughi cosiddetti ambientali che entro il 2050 dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina si dirigeranno verso Nord. In questo scenario l’Italia è tra i 5 Paesi più vulnerabili d’Europa e il cambiamento climatico ha già generato effetti importanti; negli ultimi 15 anni nel nostro Paese sono spariti 1 su 3 alberi da frutto, 500 ettari tra Sicilia e Calabria sono già oggi destinati alla coltivazione di frutta esotica, mentre le temperature che si innalzano hanno fatto aumentare la concentrazione di mercurio nei pesci. Evidenze che filtrano nella coscienza collettiva degli italiani e fanno breccia nei loro comportamenti di vita e di consumo. In tanti sognano un’abitazione eco-sostenibile, comprano sempre più spesso vestiti e automobili verdi, si rivolgono alla cosmesi green. Sia esso pragmatismo o adesione a un’ideale di vita, tutte le voci di spesa associate in vario modo alla sostenibilità crescono. Tutti i prodotti che hanno una certificazione associata al tema registrano nei primi sei mesi dell’anno una variazione positiva; è il caso dell’UTZ +21,5%, del Friend of the Sea +2,8%, del bio che continua la sua inarrestabile e conclamata ascesa +4,6% e persistono atteggiamenti quotidiani responsabili. Così l’88% dei nostri connazionali fa la raccolta differenziata in modo meticoloso e il 77% utilizza elettrodomestici a basso consumo energetico. Avere un brand legato alla sostenibilità è in questo momento riconosciuto dai consumatori italiani come un valore aggiunto insieme a pochi altri criteri di riferimento condivisi. La sostenibilità è una componente fondamentale della reputazione d’impresa, in un contesto dove langue la fedeltà e la voglia di cambiamento regna sovrana se è vero che 9 italiani su 10 ammettono di tradire nel carrello della spesa e l’87% abbandona sempre più spesso i programmi di fidelizzazione proposti. I nuovi trend del cibo: veloce, proteico, sostenibile -Ecologisti convinti anche nel cibo dove il 68% ritiene favorevole far pagare un supplemento per i prodotti in plastica monouso così da disincentivarne l’acquisto. Un atteggiamento che ci fa onore se si pensa che ogni settimana ingeriamo involontariamente con gli alimenti 5 grammi di microplastiche, ovvero il peso di una credit card. Impegnati a rincorrere il lavoro e a gestire la vita personale, gli italiani abbandonano i fornelli di casa a dispetto della passione per la cucina. Questo ci porta a far crescere la spesa per la ristorazione extradomestica e anche quando mangiamo in casa preferiamo cibi pronti o rapidi da preparare. È boom per il food delivery che è utilizzato oramai dal 26% degli italiani. E anche negli acquisti al supermercato vince l’instant food e tra le nuove tendenze approdate giocoforza anche nella grande distribuzione si ritaglia uno spazio preponderante l’offerta di sushi; il 42% degli italiani è un assiduo acquirente. Non è un caso quindi che nel mentre si riduce per la prima volta la spesa per smartphone esploda il fenomeno delle instant pot, le pentole elettriche, che promettono successi culinari istantanei. In questa rivoluzione gastronomica perdiamo di vista anche il concetto di “portata” e al primo, secondo piatto della tradizione privilegiamo gli snack, frutta e verdura meglio se già confezionate, le barrette sostitutive dei pasti e tutto ciò che può rappresentare un piatto pronto. Mentre nel bicchiere vincono le tradizionali bollicine a fianco del boom birra spunta la nuova moda delle acque aromatizzate che dominano a fronte di un calo delle bibite gassate. Un altro segno inequivocabile dell’ampia tendenza salutista tuttora in corso. E non è un caso se il carrello degli italiani si riempia di fibre e proteine a scapito di grassi e carboidrati. Il 2019 segna dunque, dopo anni diriduzione dei consumi il grande ritorno della carne, soprattutto italiana. L’italianità è infatti l’altro tema chiave se si fotografano le ultime tendenze in fatto di cibo e arriva a contare di più persino rispetto al sapore e al prezzo. Il 78% dei consumatori è rassicurato dall’origine 100% italiana e questi prodotti crescono del +4,8% in un anno. Sicurezza è la parola vincente anche a tavola.

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